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Magiche Coincidenze, di Gabriele La Porta

Dove si parla della magia oggi e di un signore che appare in un tempio e ancora dell'importanza delle storie e del raccontare

«Inoltre, come Agrippa, Shakespeare chiarisce assai bene nella Tempesta come la nobile, intellettuale, virtuosa magia del vero mago sia del tutto diversa dalla vile e sozza stregoneria e negromanzia», così la Yates ne Gli ultimi drammi di Shakespeare. Questa fantastica signora chiarisce forse meglio di chiunque altro cosa bisogna davvero intendere per magia. Se si pensa a formule arcaiche, a riti tanto poco propiziatori quanto scombic­cherati, si è davvero su di una falsa strada.

 La magia non si è fermata, come pretendono alcuni seguaci con aria pretesca. È ben altro e ben di più. Giuliano Kremmerz, come ho avuto già modo di ricordare, esortava i suoi seguaci ad ammodernare il linguaggio dei suoi scritti, ad andare oltre le frontiere note e a investigare su tutto in qualsivoglia campo. La magia non vuole difendere culture passatiste, anzi, è sempre e comunque per il nuovo, senza ovviamente dimenticare la lezione del passato. Pensate a Giordano Bruno e al suo entusiasmo di fronte a Copernico. Soltanto che il filosofo guardava ancora più lontano, non gli bastava l'eliocentrismo. Lui credeva nella vita in tutto l'universo, e questa purtroppo fu una delle proposizioni di accusa che gli furono contestate durante il processo. Dunque la magia è «avanti» senza perdere contatto con i secoli della passata sapienza. Chi ricerca non deve avere timore di osservare nulla e mai e poi mai deve rifiutare esperienze e conoscenze soltanto perché «potrebbero» essere in contrasto con quanto affermato da un precedente maestro. Se costui era una persona di saggezza sicuramente avrà dato ai suoi discepoli il compito di superarlo, di procedere oltre i risultati da lui conseguiti. Magia è continuo aggiornamento, è messa in discussione di tutto, essenzialmente di se stessi. Non a caso la sua definizione specifica è scientia scientiarum, scienza delle scienze.

Una persona di vero sapere un giorno mi disse: «Sai quando inizia la fine? Non appena pensi: sono arrivato».

Non so cosa sapete della Puglia. È bellissima e misteriosa, merita comunque di essere conosciuta. Ha un fascino «obliquo», come l'Apollo illustrato da Giorgio Colli ne La nascita della filosofia. Per Colli il Dio è il signore della razionalità, eppure al suo interno ha insospettabili ambiti di violenza e di irragionevolezza legati alla sfera della conoscenza. Così que­sta regione, piena di sole, sembra tutta manifesta e logica. Invece ha segmenti sotterranei impensabili e la dimensione magica irrompe improv­visa e scardina le coordinate dell'ovvio. Basti pensare al già citato Castel del Monte di Federico II. Cosa dire poi di Monte Sant'Angelo dove è apparso l'arcangelo Michele che scaccia i demoni maligni? Per salire su questo monte i crociati deviavano di centinaia di chilometri i propri itinerari. Ma non voglio dilungarmi troppo, desidero soltanto aggiungere che il primo racconto gotico di tutti i tempi è Il castello di Otranto, ambientato appunto da Walpole nel Gargano.

Nulla avviene «a caso», dobbiamo abbandonare questa logica riduzionista per cui nell'universo e in noi possano accadere eventi casuali. Tutto è uno e quindi tutto è necessariamente collegato. Purtroppo abbiamo perso la facoltà, tipica del Femminile, di unire gli eventi tra di loro e di decifrare «i segni» che la tela della nostra vita ci pone davanti. Occorre riappropriarsi del potere di leggere attraverso i fatti e quindi di cogliere i fili dell'imperscrutabile tessuto che compone l'esistenza nel suo apparente «divenire». Aguzzare i sensi e guardare i particolari apparentemente insignificanti è una delle tecniche di Don Juan, lo sciamano guida di Carlos Castaneda, e questo scrittore inizia il suo personale percorso di conoscenza proprio imparando a osservare «i filamenti» di collegamento tra sé e gli altri e tra questi e la natura.

Non ero mai stato in Puglia per «vederla» in profondità fino al 1984, quando vi feci una lunga passeggiata partendo da Bari, passando dal Gargano, da Monte Sant'Angelo, da Castel del Monte, fino al Salento, dove mi è accaduto l'episodio che desidero raccontarvi. Fa parte di quei segmenti della mia vita che hanno a che «vedere» con... con... fino a poco tempo fa avrei detto «con la brillantanza», adesso credo sia più esatto il termine «divino». Nel senso che mi sono convinto di come gli Dei irrom­pano nella nostra vita attraverso «coincidenze» o episodi «curiosi», quasi inspiegabili. Sia ben inteso, quanto mi è accaduto non ha nulla di ecce­zionale, ma è egualmente significativo per iniziare a sviluppare quella particolare strategia dell'attenzione indispensabile per chi desideri realiz­zare in sé un sentiero che conduca all'ermetismo pratico.

Ero con due amici dei tempi del liceo, Pino e Giovanna M. Lei è una sensitiva inespressa che non ha mai sfruttato le sue potenzialità. Semplicemente non vi ha dato sufficiente attenzione. Come purtroppo capita a moltissime donne che non sanno di essere le eredi di una cultura «altra», quella che un tempo, secondo Giorgio Galli, dominava il mondo, e che tanto ha spaventato e spaventa gli uomini da quando hanno preso il potere nella notte dei tempi. Una tesi che condivido assolutamente. La notte stellata ha protetto i ricordi e nei labirinti, nelle selve, nei boschi, nelle valli, negli alberi, nei fiumi, e nelle caverne è continuata a propagarsi l'estasi del femminile con la sua immaginazione rutilante. Basta andare con i sensi aperti in una qualsiasi foresta all'alba o al tramonto per avvertire la presenza del «diverso». Non è tempo però di nostalgie, si annuncia il nuovo-antico-mondo. La brutalità del patriarcato si sta rivolgendo contro se stessa e la legge dell'esclusione e dell'eliminazione del più debole ha messo in moto l'infinita spirale dell'annientamento progressivo. Si dila­nierà da sola, è questione di tempo. Bisogna soltanto stare attenti al mutamento proteiforme che il patriarcato può mettere in atto.

Giovanna è dunque una delle tante signore che ha realizzato un centesi­mo della propria «brillantanza». Ma di tanto in tanto ecco che le fuoriesce il senso riposto. Come a Patù, nell'entroterra vicino Santa Maria di Leuca. Eravamo andati a cena da Mamma Rosa, uno di quei posti dove la tradizione della terra si riversa immacolata sulla tavola per restituire sapori persi con l'industrializzazione. Sarà forse anche per questo che si aprì un ingresso, una porta su «altro».

A Patù ci sono vestigia considerate preistoriche. Basse costruzioni che affondano nei millenni. Dopo cena le visitammo rischiarati soltanto dai fiammiferi. Cominciai qui ad avvertirmi curiosamente diverso. Percepisco solo raramente alcuni mutamenti nei sotterranei del mio essere; mi capitò proprio a Patù. È un senso indecifrabile che mi permette di percepire «i segni». Dopo il giro negli edifici protosacrali uscimmo nella notte. Da­vanti ad essi ci accorgemmo di un altro padiglione tricuspidato che in un primo momento non avevamo scorto. La notte senza luna ricopriva tutto con il suo manto. Era una chiesa sconsacrata. Entrai con Giovanna, non a caso Pino decise di rimanere all'esterno.

Aprimmo con fatica il pesante battente. Ci aspettava la pece dell'oscurità totale. Il tempo di abituare gli occhi e ecco in alto il rosone del tempio. Ancora più scuro del resto. Un buio assoluto che risaltava rispetto al resto. Tenebre che si evidenziano rispetto ad altre meno potenti. Qui ci fu il battito d'ali. Qualcosa volteggiava intorno a noi e non si trattava di pipistrelli, che per inciso non mi incutono timore, ma come tutti quelli che sono vissuti in campagna, ne so riconoscere il fruscio. No, erano movimenti di uccelli. Decisi di accendere un fiammifero e in quel preciso istante lo vedemmo.

Un uomo gigantesco con una lunga barba si affacciò bonario da una parete. Era un disegno che si ergeva da un muro al nostro fianco. E la mia fiamma corrispondeva esattamente al centro di una lampada che lui protendeva davanti a sé, proprio all'altezza delle nostre teste. La mia fiamma sembrava collocarsi proprio nel cuore del suo lume. Presi la mano di Giovanna e, mentre il fuoco del mio “prospero” si spegneva, pronunciai parole gentili.

«Siamo venuti in pace» dissi a voce alta. Immediata ci fu una «risposta». Uno schiocco potente proveniente da «dentro» le mura e le assi. Un rumore viscerale del luogo che si propagò potente in un'eco sotterranea fino ad aprire le gallerie celate del nostro petto. Sentimmo la continuità tra i nostri corpi e ciò che ci circondava.

Per pochi secondi i fremiti d'ali vibrarono armoniosamente in noi e fuori di noi, sia nel tempio esteriore sia nella sua proiezione nella nostra immaginazione, tutto vibrava e fremeva.

Quanto tempo durò la «comunicazione»? Il necessario per farci sentire in comunione.

Lo schianto interno alle cose aveva aperto il varco. Un solo istante, ma fu sufficiente.

Credo che esista davvero il passaggio comunicante con la natura nella sua totalità. C'è la via di accesso, ma non sappiamo più aprire soavemente il cancello d'ingresso al giardino incantato dell'unità. Purtroppo dobbiamo aspettare circostanze eccezionali.

Ecco cosa abbiamo perso. Non siamo in contatto con le stelle e con «quel» cielo che si riverbera identico nella nostra psiche.

Un tempo le donne e gli uomini vivevano in un'armonia interattiva? Chi può dirlo? Forse la magia è anche il tentativo di riaprire i circuiti di comunicazione? Forse la malinconia di Dürer è l'impossibilità di rientrare nell'hortus conclusus della totalità? Forse le tecniche dei giardini rinascimentali, tipo quello voluto da Federico V nel Palatinato, non sono altro che l'imitazione dell'immenso bosco cosmico? Non c'è risposta se non quella che ciascuno può dare in sé.

Con Giovanna non abbiamo mai parlato di quello che ci accadde «dentro». Non c'era necessità. Questa è la seconda volta che l'ho fatto. Ne ho scritto per Il ritorno della Grande Madre. Eppure ora mi appare come una storia diversa. Perché è davvero «un'altra» storia. Ogni volta il racconto ravviva se stesso. Vive autonomamente e si arricchisce da sé in sé.

Noti abbiate quindi mai paura di raccontare. Umilmente vi suggerisco soltanto di osservarvi, sia mentre parlate, sia dopo. Notate ogni piccola differenza in voi e state attenti alle immagini che vi sorgono spontaneamente «dal di dentro». Queste potrebbero esortarvi per altre direzioni dove ricercare forse anche maggiore attenzione per altri segmenti della vostra vita.

Altre vicende, altre connessioni, altri racconti.

Ho un sogno, che tutti i lettori-amici prestino uno sguardo vero alle coincidenze che capitano loro e che quindi ne affabulino con le persone vicine. Insieme scoprirebbero, anzi, scopriremmo, di come gli Dei siano vicini. Molto di più e bene di quanto osiamo pensare. 

1. H. Khunrath, Amphitheatrum Sapientiae Aeternae, 1602

L'immagine contenuta nel l'Amphitheatrum Sapientiae Aeternae raffigura una fortezza a pianta stellare situata in un cerchio: le vie che conducono alla fortezza alchemica sono ventuno, ma solo una consente l'accesso, la via della pietà divina e della preghiera perseguita con entusiasmo è l'unica che offre la conoscenza della vera Materia Prima. Le altre vie rappresentano le false idee del «cattivi chimici., lontani da Dio. Le sette punte della fortezza sono il simbolo delle sette fasi che conducono al centro, alla rocca del Lapis Philosophorum: qui domi­na la scena il drago-Mercurio. «È nel Mercurio ciò che la turba dei Saggi - scrive Stolcius nel Viridarium Chymi­cum-cerca: Sono in lui racchiuse le ingenti ricchezze di tutto il Mondo». 

2. R. Fludd, Utriusque Cosmi Historia, t. n, Oppenheim 1619

La parte dell'Utrisque Cosmi Historia dedicata alla descrizione del Macrocosmo è caratterizzata, come è stato già detto, dall'analisi delle vane possibilità di intervento da parte dell'Uomo in campo macrocosmico, ossia le arti e le scienze, tra le quali troviamo forme di espressione così diverse come musica, prospettiva, astrologia o addirittura l'arte delle fortificazioni, l'Artem Militarem. Questa immagine raffigura una «fortezza a forma di stella a cinque punte vista in pianta. Tra i filosofi architetti Fludd è sicuramente, scrive Perugini nel Dell'Architettura filosofica, il più prolifico per la ricchezza di schemi più o meno progettuali. Basti pensare alla sua proposta di fortificazione ideale articolata sotto la forma di una serie di bastioni concentrici oppure ai suoi ideogrammi più o meno mnemonici, come ad esempio il suo schema delle Cause Universali destinato forse ad un uso più propriamente memorativo come la maggior parte delle schematizzazioni circolari presentì nella Utriusque Cosmi Historia. 

3. M. Maier, Atalanta Fugiens, Oppenheim 1618

-Chi tenta d'entrare nel Rosario dei Filosofi senza chiave è pari a un uomo che vuol camminare senza piedi,. è scritto in questo eblema. Nell'epigramma Maier dice: di eosmo della Sapienza abbonda di fiori diversi; / Ma la sua porta è sempre chiusa da duri chiavistelli: La sua unica chiave è cosa sprezzata dal mondo, / Se non l'hai vuoi far strada senza le gambe. / Affronti invano l'erta del Parnaso, / Se a stento stai saldo sul piano,,.

 

(Tratto dalla rivista Elixir con il permesso dell'Editore)